Lettera I · La scoperta del segno: il primo grido
Di Marcus Yabe ·
A chi arriva dall’inizio,
Ogni nascita è un pianto prima di essere un nome. Il mio segno è nato così: senza grammatica, senza tecnica, solo con l’urgenza di restituire al mondo un peso che mi aveva posato in grembo. Erano scene raccontate durante riunioni di lavoro, tra un caffè e l’altro, da gente che seguiva la cronaca della città e tornava con la città incollata alla pelle. Io ascoltavo. E ciò che ascoltavo non se ne andava.
La prima tela, La scoperta del segno, è stata dipinta e sepolta più volte. Ogni versione seppelliva la precedente, come chi tenta di dimenticare e riesce solo ad accumulare. Lì ho capito che la mia pittura non sarebbe stata fatta di riuscite, ma di sedimenti. Il colore vibrava, e sotto c’erano silenzio, angoscia e pittura.
In questa fase non descrivevo nulla: mi dibattevo, e il segno con me. È diventato corpo imprigionato tra sbarre nere in Corpi del segno. È diventato pelle tagliata o brivido su fondi rossi che ricordano tanto il calore del desiderio quanto una pozza di sangue in La sessualità del segno. È diventato un Romeo e una Giulietta sotto coperte sottili in una baracca gelida, in Il romanticismo del segno, a dimostrare che l’affetto insiste ad abitare dove tutto intorno chiede silenzio. È diventato il torrente che attraversa la favela e lava, insieme, la memoria e il dolore.
Ed è diventato lamento. I segni delle tre Marie sono tre tele, duecentoquaranta centimetri di pianto, per le madri che piangono i loro figli. Ho dipinto come chi allestisce un altare: gesti circolari, colori che oscillano tra la tenerezza e la ferita, l’assenza trasformata in presenza.
Ma ho anche ballato. In Frevo del segno e in Olinda del segno, ho lasciato che la tela diventasse folla, salita, febbraio. Non ho voluto un centro, non ho voluto una direzione. Non ho guidato il segno: ho lasciato che mi trascinasse. Ho scoperto che la festa e la tragedia usano la stessa tavolozza, e che il popolo che soffre di più è quello che sa festeggiare meglio.
Alla fine di questa fase, ho fatto esplodere il segno in pezzi. Lo smontaggio del segno è il momento in cui ho aperto il corpo del gesto per vedere cosa pulsava dentro, come un’anatomia della creazione. Ho smontato il segno perché non ci stavo più intero.
Se guardi queste opere e le trovi ingenue, guarda ancora. Non sono bozze di un pittore che ancora non sapeva. Sono la mia testimonianza: quella di un uomo che sapeva già troppo e aveva bisogno, per la prima volta, di non sapere niente.
Marcus Yabe, Fase I, tra il 2020 e il 2021