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Lettera n. 1

Lettera di poetica · Ciò che non entrava nella parola

Di Marcus Yabe ·
A Descoberta do Traço, Acrílica su tela, 2020

A chi guarda,

Prima del colore, ci fu la luce. Ho imparato il mondo dall’alto di un palcoscenico: dirigendo attori, accendendo riflettori, vestendo corpi che non erano il mio, innalzando scenografie che duravano una stagione e poi venivano smontate al buio. Fin da bambino dipingevo pannelli per annunciare le feste degli altri. Poi sono arrivati la grafica, una tipografia a Nagoya, le redazioni, le riviste, le sale riunioni. Ho passato metà della vita a dare forma a ciò che gli altri avevano bisogno di dire.

Nato a Paranavaí, vivo a Curitiba. Ed è stato qui, nel 2020, quando il mondo intero imparava a trattenere il respiro, che ho capito di portare dentro troppe scene. Tragedie raccontate a bassa voce da chi le vedeva da vicino: torrenti, spari, madri, baracche fredde. Niente di tutto questo era mio, e tutto questo abitava in me. Ho preso una tela di 118 per 180 centimetri e ho cominciato a dipingere senza chiedere permesso al mestiere. Ho dipinto, ridipinto, nascosto il quadro sotto altre versioni di se stesso. Quando finalmente il segno è apparso, non era stile. Era respiro.

Da allora sono settantasei opere in cinque anni, ordinate in quattro fasi che non obbediscono al calendario. Il segno è diventato cerchio. Il cerchio è diventato volto. Il volto si è deformato fino a sorridere con troppi denti. Ho cambiato linguaggio come si cambia pelle, e non chiedo scusa per la convulsione: ogni fase è la stessa domanda posta da un’altra gola.

Dipingo ad acrilico e in tecnica mista, su tela, cartoncino, adesivo stampato ed ecopelle. Dipingo la famiglia, l’affetto, la violenza urbana, il Carnevale e il silenzio. Dipingo la favela che mi è stata raccontata, il bloco che trascina, la tavola della cena dove tutti posano con gli occhi vuoti. I colori sono vivi, ma non ingannarti: sono lì per mascherare il caos e le provocazioni. Nella mia pittura, la gioia è una strategia di sopravvivenza.

Non mi fido della superficie pulita. Depongo strati su strati e ne lascio alcuni sepolti, perché credo che ciò che non si vede sostenga anche ciò che si vede. Ci sono tele che hanno aspettato anni l’ultimo segno. Dal Giappone, dove ho vissuto quasi tre anni, ho portato una reverenza silenziosa per il gesto ripetuto fino a diventare rito. Per questo, anche nell’eccesso, ogni strato è una preghiera fatta con la mano.

Non ti chiedo di apprezzare. Ti chiedo di sentire. E, se senti, di portare. Un’opera mia non vuole soltanto una parete; vuole convivenza. Ti guarderà a sua volta, ogni giorno, e ogni giorno dirà una cosa diversa.

Questa è la prima di molte lettere. Le altre quattro raccontano, fase per fase, come sono arrivato fin qui. Leggile in ordine o in disordine. Il caos, te ne accorgerai, non ha mai avuto cronologia.

Marcus Yabe, Curitiba

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