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Lettera n. 3

Lettera II · La scoperta della forma: il cerchio e la casa

Di Marcus Yabe ·
Familexa e o Silêncio, Técnica mista su tela, 2024

A chi conserva ancora il ritratto di famiglia sulla mensola,

Dopo il grido, viene la domanda: da dove è venuto? Ho ridotto il segno fino a farlo diventare accento, e dall’accento è nata la forma più antica che esista, il cerchio. Il cerchio è ventre, è occhio, è tavola rotonda, è legame. È anche il disegno esatto di chi gira senza muoversi dal proprio posto. È con lui che sono entrato in casa.

Questa è la fase in cui ho dipinto famiglie. Non la famiglia del portaritratti, ma quella che riconosco seduta a tavola, carica di ciò che non è stato detto. In Sacra Famiglia, ho dipinto tre volte lo stesso mistero. Prima in rosso vivo, carne e conflitto, i legami che appaiono più come laccio che come riparo. Poi in toni incupiti, fili sul punto di spezzarsi, l’amore che resiste tra le cicatrici. Infine in verde, una giungla intima dove i corpi si abbracciano per proteggere e, nello stesso gesto, sorvegliare. Per me, il sacro non è mai stato calmo. È sopravvivenza allo stato grezzo.

Non mi sono preoccupato della pulizia. Il mio impegno è verso il racconto. Ho deposto strati e ancora strati senza l’intenzione di rivelare tutto, perché ogni famiglia ha una cantina. Ho lasciato l’energia caotica laggiù, sotterranea, a sostenere ciò che appare in superficie come lo sostiene un’eredità.

Poi i volti sono venuti da me. Sette variazioni dello stesso silenzio sono sette maschere blu che ho dipinto per ascoltare ciò che non viene detto: lo stesso gesto che cerca di tradursi in sette voci zittite. E nelle Familexas, ho riunito i volti a tre a tre, come famiglia, come trinità, come vecchia fotografia. Le bocche cucite dicono più di qualsiasi grido. Sotto un cielo d’agosto punteggiato di stelle spente, aspettano da troppo tempo. Nell’argilla calda, emergono come fossili di una memoria che ha resistito alla polvere. Tra astri e sussurri, respirano insieme senza parlarsi, perché a volte tutto ciò che resta di una famiglia è la sua gravità.

Ho dipinto anche corpi che si arrendono. Due corpi distesi tra la foresta, il cielo e il fiume non fuggono: riposano. Non ho voluto separarli dal paesaggio; ho voluto restituirli a esso. È l’unico luogo di questa fase in cui l’amore riposa senza paura.

Ho imparato, in questa fase, che appartenere e imprigionare usano lo stesso verbo. Che la casa che ci accoglie è la stessa che ci zittisce. E che niente di ciò che è sepolto è morto: c’è vita nelle ossa, ci sono storie nella creta, ci sono occhi che ci guardano ancora da laggiù.

Marcus Yabe, Fase II, dal 2020 al 2024

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