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Lettera n. 4

Lettera III · L’esasperazione dell’essere, parte 1: il volto che spia

Di Marcus Yabe ·
Carnaval do Fim, Acrílica su tela, 2024

A chi si è già spaventato del proprio riflesso,

Ed ecco che il volto è apparso. Non l’avevo chiesto. È arrivato deformato, quasi come un’evoluzione illogica di un disegno che rifiuta di diventare adulto, ma che non ha nulla di puerile. Sono soggetti che spiano tutto e tutti. Occhi che ascoltano più di quanto vedano. Bocche sigillate da segni duri. Denti che danzano al limite del grottesco.

Ho vissuto anni dentro il teatro, e forse è per questo che questi volti sono maschere. Ma non sono maschere che nascondono; sono maschere che rivelano ciò che il volto vero non avrebbe il coraggio di mostrare. In Maschere che mi mordono, sorridono troppo largo e, in fondo, mordono tutte.

Il mio segno è diventato più convulso, e ho cominciato a dipingere in tutte le misure, da un foglio di tredici per diciotto centimetri fino a una tela di due metri. E il mio bisogno di strati è diventato quasi una malattia: colore su colore, contorno su contorno, come se cercassi di trattenere l’energia di questi esseri prima che fuggissero dalla tela.

Ho dipinto volti che gridano senza suono, come in Echi sulla parete della camera, dove qualcuno non sa più se parla a se stesso o alla parete. Ho dipinto volti che non sono ancora nati, come La voce non ancora nata, l’istante esatto in cui l’interiorità chiede passaggio. Ho dipinto ragazzini che sognavano la fine del mondo, non come tragedia, ma come l’ultimo gioco prima che tutto scomparisse. E ho dipinto un amore come un delitto commesso con le mani coperte di glassa, in Amavamo come chi cancella il proprio nome.

Il Carnevale, che nella prima fase avevo dipinto come folla, qui l’ho zittito. Ritratti di un carnevale silenzioso sono festaioli di un delirio muto, prigionieri dell’istante dello sgomento. Finché non ho lasciato che tutto sfociasse in Carnevale della fine, centottanta per duecento centimetri del riso che resta quando tutto crolla. I dolori ballano tra i brillantini, le tragedie portano la maschera, i traumi cantano nel bloco. Ridere, per me, è diventato sopravvivenza, perché piangere richiede fiato, e ormai non c’è più aria.

Questa è la fase in cui ho capito che il delirio può essere rosa shocking e avere occhi di stella. Che anche l’abisso ride a crepapelle. E che ogni volto che dipingo è uno specchio rotto: un riflesso possibile di ciò che siamo, molteplici, feriti, vivi.

Se qualcuno di questi volti sembra fissarti, non distogliere lo sguardo. Sta solo facendo a te ciò che tu hai fatto a lui.

Marcus Yabe, Fase III, dal 2022 al 2024

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